“Dunque delle galline farebbero al caso mio – ho pensato in queste settimane che ho trascorso a Kyrie, la cascina seicentesca dove coltiviamo riso – se devo concimare il terreno del mio riso bio, le faccio razzolare in libertà. Poi metto le loro casette su ruota, le faccio spostare a ogni fine giornata e così mi concimano tutto il campo….”

100×100 riso bio. Per ora è solo un’idea. Ma son partita dalle galline perché le loro deiezioni, la pollina, rappresentano un concime tipico dell’agricoltura biologica. E il riso che ho deciso di produrre è 100×100 biologico. 100 ettari quest’anno, 100 il prossimo.

A differenza dei produttori di riso convenzionale, che abitualmente fanno ampio uso di fertilizzanti chimici, chi scelga di coltivare riso biologico deve ricorrere a una serie di misure naturali per mantenere e migliorare la fertilità del suolo. I coltivatori di riso biologico, tra le possibili strategie, adottano, ad esempio, quella di incoraggiare gli uccelli acquatici a riposare durante i mesi invernali.
Ma oltre che con il ricorrere al concime biologico, si può attuare una rotazione delle colture piantando leguminose dalle radici profonde, oppure i girasoli.

I girasoli. Per preparare il nostro terreno alla coltivazione bio, noi li abbiamo seminati. Tra l’altro i girasoli sono assai utili perché capaci di cibare la fauna e per essere nutrimento per uccelli selvatici: colombacci, tortore, fagiani cardellini e verdoni. E poi attirano gli insetti impollinatori come le api e sono assai ricercati, sia per i semi, sia per l’olio.
Tutte queste pratiche possono fornire fino al 50% del fabbisogno di azoto di molte varietà di riso biologico.

La semina. Maggio è il mese della semina. Tradizionalmente si semina in sommersione, su un terreno coperto da un velo d’acqua, ma quest’anno ho deciso di provare in asciutta.

Parentesi. Sapete, l’acqua agisce da volano termico perché riduce l’escursione tra giorno e notte, verrà “rabboccata” diverse volte lungo il tempo d’estate giù giù fino all’asciutta finale, appena prima della mieti trebbiatura che si farà a settembre-ottobre. Quello che viene raccolto dalla mietitrebbia è il risone, che deve essere essiccato e poi portato in riseria. Qui verrà sottoposto alla sbramatura (per ottenere il riso integrale), e alla perlatura, che lo trasforma in riso bianco. Un riso più veloce da cucinare ma meno ricco di preziosi nutrienti per l’organismo.

La lolla e la pula. Dimenticavo: con la lolla e la pula del riso – gli scarti di tutte queste lavorazioni -, oltre a ottenere concimi organici ammessi in agricoltura biologica, stiamo pensando di finalizzare ricerche per prodotti biocosmetici o materiali per la bioedilizia.
Il riso bio richiede un impegno continuo per il miglioramento della qualità del suolo, per minimizzare l’impatto di parassiti ed erbe infestanti senza dover ricorrere all’uso di pesticidi e diserbanti chimici. Noi, con la semina in asciutta, possiamo procedere a un’azione di diserbo meccanico prima della sommersione del riso.

La semina in asciutta. Meno acqua e non solo. Questa della coltivazione in asciutta del riso è una pratica divenuta diffusa negli ultimi 15 anni. Garantisce un minore impatto ambientale: meno acqua (ne è richiesta un quinto rispetto alla semina convenzionale); meno emissione combinata in atmosfera, di vapore acqueo e di gas, provocati dalla fermentazione; meno zanzare e insetti simili; meno nitrati e diserbanti nella falda; meno manutenzione degli argini. Inoltre, le macchine agricole non operando su terreno allagato, si corrodono meno, e i loro trasferimenti risulteranno più facili, poiché si terranno sugli pneumatici anziché sulle ruote in ferro a puntoni richieste dalle risaie allagate, che obbligano allo spostamento su rimorchi e trattori appositamente dedicati.

Infine meno spesa energetica e, come detto, più facilità nella lotta alle malerbe. L’azienda in conclusione risparmia. Tra circa 10 giorni, quando le plantule di riso avranno 3 o 4 foglie, passeremo alla sommersione permanente della risaia.

Quando dire è fare. La sostenibilità di cui parliamo è tutto questo. Il nostro dire deve comandare il fare. Per cambiare questo mondo che cambia.

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