Prendo spunto oggi da una ulteriore iniziativa che Pellan Italia, nello specifico ancora attraverso Fiscatech (vedi qui il mio ultimo brainstorming dedicato al workshop con Brera), ha inteso avviare in tema di relazione tra industrie della moda e sostenibilità.

Si tratta di Facing the Challenge – titolo di una serie Podcast realizzata da Audiotales in lingua inglese – un format di comunicazione molto affermato nel mondo angloamericano che abbiamo scelto per raccontare il tema dell’impatto del fashion sul pianeta. All’insegna di una nuova cultura della sostenibilità. Sono nove puntate, condotte da Valentina Malfa, giornalista specializzata nel settore della moda. E trovate qui due news ansa che ve li illustrano

Facing the Challenge

https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/moda/2020/11/11/moda-e-sostenibilita-dalle-reti-da-pesca-al-grafene-tutti-i-materiali-rivoluzionari_47f8f033-c489-4da5-836d-97a24806b1c4.html

Ritorno su questo tema perché proprio in questi giorni il Financial Times* propone, con un suo titolo, un interrogativo sulla sincerità della rivoluzione verde nella moda: Sustainable fashion? There’s no such thing ( e il sottotitolo è ancora più esplicito: The industry’s marketing may be ultra-green but the reality is very different).

Sostenibilità è diventato un termine troppo abusato nel fashion, fino a diventare insincero. La stessa Stella Mc Cartney paladina e antesignana di questa rivoluzione green ha recentemente affermato: “It’s a bit tiring to see people’s overuse of these terms and really not have any substance to back it up.” E Patagonia pur essendo campione di sostenibilità non descrive più i propri prodotti come sostenibili (secondo l’autorevole quotidiano inglese poi negli ultimi 4 anni il numero di capi ed accessori sarebbe quadruplicato nel solo mercato angloamericani).

Per non parlare del sempre più frequente ricorso a termini quali “vegano” oppure “eco”. Fibre organiche o riciclate si trovano dovunque, al pari dei filati dalla plastica riciclata degli oceani. Di più: se è vero che le aziende da circa un decennio hanno iniziato a calcolare l’impatto ambientale della loro filiera e a lavorare per ridurlo, nonostante ciò le industrie dell’ abbigliamento e delle calzature sono risultate talmente in crescita da peggiorare addirittura il loro footprint sul pianeta. E le previsioni parlano di un incremento dell’81% entro il 2030 (fonte Global Fashion Agenda in Copenhagen and theBoston Consulting Group).

In principio era stata l’automotive, poi l’industria alimentare ed ora la moda. Ma mentre, ad esempio, termini come “organico” o “free range” sono protetti dalle legislazioni occidentali, se utilizzati in modo inappropriato, il termine sostenibile non è per niente regolamentato e può essere disinvoltamente utilizzato. E purtroppo tanto i giornalisti quanto i consumatori ancora non sono attrezzati a pretendere trasparenza e a valutare la pratica della sostenibilità (la stessa parola sostenibilità vuol dire cose diverse per persone diverse): che richiede comunque un impegno nel tempo. Ed è poi complicata dal ricorso dei brand a percorsi produttivi in outsourcing, difficilmente controllabili.

La pandemia può e deve essere allora un alleato del cambiamento. Il momento è insieme complicato e favorevole. Sostenibilità non è solo una parola, è vero. Più seriamente è un percorso figlio della serietà, di un miglioramento che non può che essere progressivo e soprattutto che ha bisogno di tempo Ma guai a rinunciare. Per questo il mio impegno, quello della mia generazione, è quotidianamente rivolto insieme ad una cultura e ad una pratica della sostenibilità

*Leggi l’articolo del Financial Times

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